Categoria: In-Fluire

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    C’è un’età in cui cambiare sembra un divieto non scritto. Nessuno te lo dice apertamente — nessuno oserebbe — ma lo senti nel modo in cui certe frasi si posano su di te appena accenni a voler cambiare rotta: “proprio ora?”, “dopo tutto quello che hai costruito?”. Come se la coerenza fosse restare, e il movimento fosse per definizione un errore.

    L’ho sentito anch’io, quel recinto, quando ho deciso di chiudere un capitolo della mia vita lungo dieci anni. L’ho chiuso perché non era più il mio. L’ho chiuso senza avere ancora un piano B, o C, o D: personalmente ho usato molte lettere dell’alfabeto.

    Chiudendolo ho dovuto ridisegnare da zero la mia vita lavorativa, e con lei buona parte di quello che ero abituata a chiamare “me stessa”. Il lavoro, detto senza troppi giri di parole, ti definisce più di quanto vorresti ammettere.

    Non c’è stato un evento a segnare lo spartiacque, nessuna goccia che ha fatto traboccare il vaso: solo mattine in cui aprivo l’agenda e non riconoscevo più la persona a cui apparteneva quella giornata.

    Ho conosciuto la solitudine di certe scelte — quella che non si vede da fuori, perché da fuori sembri semplicemente una donna, una professionista che decide, con la sicurezza di chi ha sempre dovuto decidere per sé e per gli altri. Da dentro è tutt’altra cosa: è restare sveglia a fare i conti con un’ipotesi, sapendo che nessun bilancio potrà dirti se hai ragione prima di averla vissuta.

    Fermarsi, per me, non è stato un fallimento, ma una scelta vera. È stato l’unico modo per smettere di occupare un ruolo diventato troppo stretto, come un vestito che ti hanno cucito addosso anni prima, quando eri un’altra misura, e che continui a indossare solo perché rifarlo sembra più faticoso che sopportarlo. So bene che ogni esperienza è un’opportunità — ma tra il dirlo e il crederlo davvero c’è di mezzo il mare: la digestione è lunga, molto lunga.

    Stare nel mondo del lavoro indossando un abito diverso è faticoso: l’età, le esperienze variegate, la consapevolezza — a tratti — del proprio valore e delle proprie competenze non sono sempre un vantaggio scontato. Vedere e vedersi con una lente diversa ti fa dubitare.

    Ho impiegato tempo a capire che quel dubbio non era solo mio. Ne ho sentito l’eco in altre donne, in altre storie — diverse per settore, per età, per motivo del fermarsi — ma con lo stesso filo sotto: la stessa strettezza, lo stesso recinto costruito da mani non sempre proprie. Non era una fragilità personale da nascondere. Era un punto in comune, e i punti in comune, se li guardi abbastanza a lungo, iniziano a farti intravedere una trama e una dinamica.

    Da lì è nata l’idea di costruire qualcosa che non fosse solo mio: uno spazio, un percorso, per chi riconosce questa stessa strettezza — che sente di avere ancora molto da dare, ma lo sente chiuso in un perimetro disegnato da altri: un ruolo di famiglia, un’aspettativa di carriera, un’idea di sé costruita per accontentare qualcuno che non c’è più, o che non c’è mai stato davvero.

    Non prometto formule, e diffido di chi le vende. Offro quello che so fare: portare ordine dove c’è disordine, dare parole a quello che si sente ma non si riesce a dire, e riportare al centro le competenze reali — quelle che spesso, chi le possiede, è l’ultima a riconoscersi.

    Il recinto, il più delle volte, non lo ha costruito nessuno apposta. È solo un’abitudine diventata muro. Ma un muro, per quanto vecchio, si può ancora attraversare.

    Per ora è un progetto giovane, che sto costruendo passo dopo passo: incontri, momenti di confronto reale, strumenti pratici — bilancio di competenze, percorsi sulle soft skills, connessioni con le aziende: la cassetta degli attrezzi, quella che serve per rimettersi in cammino.

    Non è ancora tutto scritto, e non voglio che lo sia: prende forma anche parlando con le donne che lo abiteranno, non solo nella mia testa.

    C’è ambizione in questo, e lo dico senza vergogna — proprio io che di me stessa, in questi mesi, ho dubitato più volte. Voglio costruire qualcosa che serva davvero, non un’idea buona solo sulla carta.

    L’ho chiamato IN-Fluire — perché è insieme un flusso e un peso: la capacità di lasciarsi attraversare dal cambiamento, e insieme quella di pesare di nuovo, sulla propria vita, come si è sempre pesato su quella di tutti gli altri.