Categoria: Io

  • Tornare a parlare

    Tornare a parlare

    Tornare a parlare (senza dover per forza vendere qualcosa)

    Questo primo post su Substack è un piccolo esperimento, una presa di posizione e un nuovo inizio. Un invito al confronto per chi crede ancora in parole che creano dialogo, parole che generano valore, parole che non chiedono solo un click.
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  • Back to work

    Back to work

    Settembre è da sempre il mese del back to school. Per me quest’anno è un vero e proprio back to work, ma con una traiettoria diversa.

    Non sono più una ragazza: ho quell’età nella quale l’esperienza ha un certo peso (e una certa pesantezza); la praticità ha preso il posto di una sfilza di cose molto faticose: dei giri di parole diplomatici: quella mezza ora di perifrasi per dire una cosa scomoda si riduce a tre parole esatte, dette con calma e senza acredine; delle scarpe scomode e delle riunioni senza ordine del giorno: due cose che a vent’anni sopporti pensando facciano parte del gioco, e che a cinquanta consideri solo sequestro di persona e danno articolare; del bisogno di piacere a tutti: l’ansia della prestazione lascia il posto alla selezione naturale; chi vuole lavorare sul concreto resta, chi cerca il teatrino si accomoda altrove; della paura di dire «non lo so» o «questa cosa è un vicolo cieco»: a 30 anni temi sembri incompetenza, a 50 sai che è solo risparmiare tempo e soldi a tutti; del bisogno di compiacere: smettere di cercare costantemente l’approvazione esterna per misurare il proprio valore.

    Ho trascorso dieci anni alla direzione operativa nel settore delle costruzioni: un ambiente storicamente maschile, resistente per cultura a ogni interferenza esterna. Un contesto che non concede sconti e dove le buone intenzioni teoriche restano chiuse in ufficio: condividere e imporre visione, organizzazione e rispetto in una stanza, o su un ponteggio, dove la tua autorevolezza viene pesata il doppio e concessa a fatica.

    Farsi ascoltare provando a non farsi snaturare è stata una palestra dura e senza sconti: impari a reggere l’urto, a gestire il peso del potere decisionale e a farti largo tra gerarchie consolidate e sguardi di sufficienza.

    Ho firmato bilanci, coordinato cantieri, retto tavoli tesi e fatto scelte scomode. Ho gestito personale, e coordinato persone e personalità. Impari, sul campo, che le decisioni rimandate non bruciano solo margini aziendali: logorano le persone.

    Ho scelto di fermarmi e rimettermi in gioco, tornando alla consulenza.

    Il mercato del lavoro, a questa età e con questo bagaglio, tende a essere rigido: guarda con diffidenza chi decide di cambiare direzione, quasi come se deviare da una linea retta fosse l’ammissione di un passo falso. C’è sempre un’etichetta pronta a confondere un cambio di rotta con un fallimento.

    L’ho provato sulla mia pelle.

    Io non la penso così. Per me fermarsi e ripartire significa avere la lucidità di capire cosa ha smesso di funzionare e il coraggio di costruire il prossimo passo.

    Torno in azienda con un obiettivo preciso: aiutare i team a decidere, partendo da chi quei team li compone.

    Non con teorie astratte, ma partendo da una verità semplice: le aziende, grandi e piccole, non sono fatte di organigrammi, sono fatte di persone. Persone che portano al tavolo la propria competenza, ma anche le proprie insicurezze, il timore del giudizio, la fatica quotidiana e il bisogno di essere ascoltate. Quando c’è attrito in una stanza, il problema non è mai solo l’ordine del giorno: la dinamica emotiva che si è incagliata aumenta il carico.

    Metto molti anni di gestione operativa e la lettura delle dinamiche di gruppo al servizio dei tavoli di lavoro: per dare voce a chi non parla, disinnescare i conflitti sommersi e fare in modo che ogni professionista possa contribuire con chiarezza, serenità e responsabilità condivisa.

    Si riparte da qui, con una direzione chiara e la giusta determinazione.